martedì 24 gennaio 2012

L'intransigenza

Andiamo con ordine, dunque.

Ripensando al mio arrivo nella grande T, non posso certo tralasciare la mezz'ora di sudori freddi alla frontiera, che mi hanno fatto disperare delle mie possibilità di ingresso nel Paese della foglia d'acero. Primo mito sfatato 15 minuti dopo aver toccato il suolo del Pearson Airport: i canadesi sono buoni.

"I'm not your servant", disse serio l'ufficiale di frontiera, vagamente somigliante a Chuck Norris, ormai arrivato alla fine del suo turno, ma non per questo blandito dalle mie timide osservazioni. Evidentemente qualcuno si era dimenticato di comunicare al destinatario giusto del mio ingresso, ma "I'm not supposed to make calls for you" era tutto quello che riuscivo a cavare al mio interlocutore, oltre ovviamente al passaggio rilevante della legge canadese sull'immigrazione, che mi recitò con fare beffardo.
I canadesi sanno essere, quindi, piuttosto incazzosi per quanto riguarda il rispetto delle loro regole, che a dire la verità sono per la maggior parte trasparenti e di facile comprensione. Per esempio: non cambiare versione in corso d'opera, o ti ricaccio da dove sei venuto.

Abbandonata sul nascere l'idea di entrare come turista, non mi restava che pronunciare la parola magica in grado di aprire porte insperate anche nelle situazioni più drammatiche: "student".
Game, set and match. Telefonata a Toronto, senza esito. Telefonata a Ottawa, con richiesta di chiarimenti e imbarazzo dall'altra parte della cornetta.
Tante scuse e benvenuto in Canada.

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